A pochi chilometri da Roma, l'acqua cambia. A volte si ritira e lascia emergere ampie porzioni di terreno. Altre volte il suo livello sale fino a trasformare lo specchio d'acqua in un rifugio per decine di uccelli acquatici. Con l'arrivo dell'autunno compaiono nuovi ospiti, l'inverno porta i grandi gruppi di anatidi, la primavera riempie i canneti di nuove nascite e l'estate restituisce spazio ai limicoli. Il paesaggio sembra lo stesso. In realtà, non lo è mai. È questo che ho iniziato a capire frequentando per un anno il Centro Habitat Mediterraneo (CHM) di Ostia, l'oasi LIPU affacciata sul litorale romano. Non sono arrivato con l'idea di fare un monitoraggio scientifico e non ho seguito un protocollo di ricerca. Sono arrivato con una macchina fotografica, entrando nel capanno in momenti diversi dell'anno, e ho iniziato semplicemente a osservare. Uscita dopo uscita, però, le fotografie hanno cominciato a raccontare qualcosa che andava oltre le singole specie. Raccontavano un luogo.
La prima uscita, alla fine dell'estate, mostra un CHM ancora segnato dalla stagione calda. Il livello dell'acqua è basso: una condizione che rende disponibili superfici e margini diversi rispetto ai mesi successivi.
E poi una volpe che attraversa lo specchio d'acqua.
È una delle prime cose che colpiscono: il capanno non è soltanto una finestra sugli uccelli acquatici. È un punto di osservazione privilegiato su un ecosistema in cui specie diverse utilizzano lo stesso ambiente in modi completamente differenti. A settembre, da un altro capanno, arriva anche un martin pescatore sul posatoio. Il CHM ha già iniziato a cambiare.
A novembre il livello dell'acqua è più alto. La nebbia rende il paesaggio quasi irriconoscibile e, nello specchio d'acqua, compaiono i fenicotteri.
Non è soltanto la presenza di una specie nuova a rendere speciale quella mattina. È la sensazione di assistere a un cambio di stagione attraverso il comportamento del luogo stesso.
Pochi giorni dopo i fenicotteri sono ancora presenti, mentre una volpe si avvicina all'acqua per abbeverarsi.
Il CHM continua a cambiare, senza perdere ciò che lo rende riconoscibile. È una caratteristica che diventa sempre più evidente nel corso dell'anno: non esiste un solo CHM.
Esistono tanti CHM, uno per ogni stagione, per ogni livello dell'acqua e per ogni comunità animale che riesce a trovarvi le condizioni adatte.
A gennaio lo scenario è completamente diverso. L'acqua è alta e il freddo si fa sentire. Dal capanno Airone Rosso osservo numerosi anatidi a distanza relativamente breve. Tra loro ci sono la moretta tabaccata e il moriglione. Le due specie ricompariranno insieme anche a marzo.
Sono incontri che, per chi fotografa, possono sembrare semplicemente occasioni fortunate. Ma dopo mesi di frequentazione diventano parte di un racconto più grande: quello di un ambiente capace di offrire condizioni favorevoli a specie diverse nel corso della stagione invernale.
Non è soltanto questione di quante specie si possano fotografare. È questione di quante forme di vita riescano a utilizzare lo stesso spazio.
Alla fine di marzo il livello dell'acqua è ancora alto, ma il paesaggio comincia a muoversi. Un'upupa diventa il primo migratore di ritorno che registro. Le folaghe mostrano comportamenti territoriali. La moretta tabaccata e il moriglione sono ancora presenti. Ci sono tuffetti e cigni reali.
Poi arriva maggio. Nel canneto compare una sgarza ciuffetto. Sullo specchio d'acqua una femmina di fistione turco è accompagnata dai suoi pulli. Un cigno reale si muove con otto piccoli.
Sono immagini molto diverse da quelle dell'inverno. Il luogo non è cambiato completamente, eppure sembra essersi trasformato. La presenza degli animali non racconta soltanto la biodiversità del CHM: racconta anche come uno stesso habitat possa essere utilizzato in momenti diversi del ciclo biologico — sosta, alimentazione, territorialità, riproduzione, crescita dei giovani.
È forse qui che la fotografia smette di essere soltanto una raccolta di immagini. Comincia a diventare un modo per leggere un territorio.
A giugno il ciclo ricomincia. L'acqua si ritira e con essa cambiano nuovamente le specie osservabili.
Compare il cavaliere d'Italia. Ci sono giovani esemplari di gallinella d'acqua, germani reali con pulcini, folaghe e libellule impegnate nel volo nuziale.
A luglio il quadro si arricchisce ancora: pettegola in muta, airone cenerino, garzetta, cavaliere d'Italia, corriere piccolo e un germano reale con un pullo.
Guardando le fotografie una accanto all'altra, diventa difficile considerarle semplicemente una successione di avvistamenti. Il filo conduttore è l'acqua: quando cambia il livello dello specchio, cambia il paesaggio disponibile, e insieme al paesaggio cambiano le specie che lo utilizzano.
Non è una conclusione scientifica: non ho effettuato conteggi standardizzati e non posso attribuire causalità a ciò che ho osservato. Ma è una trasformazione che, uscita dopo uscita, diventa impossibile non notare.
Forse il valore più grande del Centro Habitat Mediterraneo non sta quindi nella possibilità di incontrare una determinata specie. Sta nella possibilità che specie molto diverse possano continuare a trovare, a pochi chilometri dalla città, un luogo in cui fermarsi, alimentarsi, riprodursi o semplicemente attraversare una fase del proprio ciclo vitale.
La fotografia permette di fermare singoli istanti. Ma frequentare lo stesso luogo per mesi permette di fare il contrario: vedere il tempo scorrere. Un fenicottero nella nebbia a novembre. Gli anatidi concentrati durante l'inverno. Un migratore che ritorna a marzo. Un pullo in maggio. Un giovane di gallinella d'acqua in giugno. Un limicolo sul fango in estate.
Immagini apparentemente scollegate che, viste insieme, compongono la storia di un ecosistema. E dietro quella storia c'è anche il lavoro necessario perché quel luogo continui a esistere.
Entrando per la prima volta in un capanno, l'istinto ci porta naturalmente a cercare l'animale. Con il tempo ho capito che dovevo iniziare a guardare prima il paesaggio. Dove arriva l'acqua. Dove si ritira. Quali margini emergono. Quali zone rimangono disponibili. Quali specie occupano quello spazio e in quale momento dell'anno.
È cambiato anche il modo in cui fotografo. Non cerco più soltanto la fotografia migliore della giornata: cerco di costruire, immagine dopo immagine, una memoria del luogo.
Ed è questa la cosa che più mi ha colpito durante questo primo anno al CHM: la biodiversità non è qualcosa che semplicemente «si trova» in un'oasi. È qualcosa che un habitat rende possibile. Le varie specie ne sono il risultato visibile. Il luogo è la storia.
Undici uscite non possono raccontare tutto il Centro Habitat Mediterraneo, e non sono un monitoraggio. Sono però sufficienti per porsi delle domande.
La presenza contemporanea della moretta tabaccata e del moriglione osservata per diversi mesi. I fenicotteri presenti in più occasioni durante novembre. La presenza della sgarza ciuffetto a maggio. Le numerose osservazioni di individui giovani durante la primavera e l'estate. Sono tutti elementi che meritano di essere letti insieme alle conoscenze di chi quel territorio lo studia e lo gestisce quotidianamente.
Per questo, più che cercare conclusioni, questo primo anno di uscite mi ha lasciato una convinzione: il modo migliore per raccontare un'oasi non è solo fare l'elenco degli animali che la frequentano. È raccontare perché quegli animali continuano a tornarci. per farlo, bisogna guardare il luogo nel tempo. Una stagione dopo l'altra. Un livello dell'acqua dopo l'altro. Un incontro dopo l'altro. Fino a quando quello che sembrava soltanto uno specchio d'acqua nei pressi di Roma comincia a rivelarsi per quello che è davvero: un piccolo sistema capace di sostenere una grande quantità di vita.
